sabato 12 novembre 2016

Antonio Cappelletto, 1869-1944

Di Antonio Cappelletto, morto il 15 ottobre 1944 nei pressi del cavalcavia di San Giuseppe TV, non si conosce la motivazione con cui è stato riconosciuto partigiano dall'apposita commissione istituita con Decreto Legislativo Luogotenenziale del 21 agosto 1945, n. 518 (entrato in vigore il 12 settembre dello stesso anno).
Di certo Cappelletto era un antifascista di vecchia data, presente nel Casellario Politico Centrale che riporta online la sua scheda (http://dati.acs.beniculturali.it/CPC/  al nome).



Cappelletto Antonio Mario
1869
1937-1940 
antifascista
bracciante
confinato
ammonito 



                              

Antonio Cappelletto (Toni Capeéto): piccola antologia di satira popolare antifascista a Treviso, durante la dittatura [1].
- Un giorno Toni si presenta in piazza con una carriola avente fra i raggi della ruota un grosso bastone che le impedisce di andare avanti.
Declama: «I vol farla ‘ndar, ma no a pol ‘ndar, ma no a pol funsionar in ’sto modo»[2].
Il bastone nella ruota era inteso come un “asse”: l’Asse Roma-Berlino. Chiara allusione alla volontà di portare anche l’Italia in una guerra il cui esito sarebbe stato inevitabilmente negativo.
- Un’altra volta si mette a girare attorno alla piazza dei Signori con la solita carriola, stavolta carica di un mastel de ‘a issia (mastello per la lisciva di cenere) offrendo ad alta voce il suo prodotto: «Vendo a me issia», espressione facilmente storpiabile con «vendo a miissia »: vendo la Milizia.
- Sempre nella piazza centrale di Treviso, in un giorno d’estate Cappelletto è impegnato a gustarsi una grossa fetta d’anguria. E sentenzia, sputando i semi: «El rosso xe bon, i neri xe semi » [3].  Dove il dialettale “semi” sta per scemi. Inutile spiegare chi fossero i neri.
- Oppure, mimando con la mano il tentativo di acchiappare una mosca: «No so bon de ciaparla, no i xe boni de ciaparla… », allusione all’inutile tentativo di Hitler di conquistare Mosca, fra l’autunno del 1941 e l’inizio del 1943.

In questi suoi exploit - riferisce a Giancarlo Zuliani il prof. Giorgio Renucci (autore di numerosi saggi storici e all’epoca studente universitario) - Antonio Cappelletto era sempre spalleggiato da studenti e intellettuali trevigiani (ovviamente antifascisti) che ben si guardavano, però, di esporsi in prima persona. E anche fra gli involontari spettatori delle performance di Toni, non tutti ridevano, molti anzi scappavano ben sapendo che lo sberleffo di Cappelletto era sinonimo di guai in vista con l’occhiuta polizia politica [4].

A Cappelletto sono anche riservate due pagine nel libro di Bepi Stocco Gente delle Calli, dove però viene tratteggiato come un burattino nelle mani degli avvocati antifascisti della piazza: «Boscolo, nonché Nordio e altri, gli consegnavano dei minuscoli foglietti di carta su cui vi erano scritte alcune brevi ma piccanti frasi che il nostro Cappelletto doveva scandire ad alta voce lungo il suo peregrinare per la Città. [...] Per queste cose Cappelletto era sempre dentro e fuori dalla prigione [...] poi ci pensavano sempre gli stessi avvocati a mettere le cose apposto. Con questo sistema il simpatico Cappelletto non aveva certamente preoccupazioni economiche, perché per ciò che diceva e che faceva veniva abbondantemente elargito da chi lo istruiva» [5].
Insomma un antifascista "per procura" per usare un'espressione da molti usata in questi anni nei confronti della resistenza dell'Ucraina all'invasione russa.

Ben diverso invece il ricordo di Silvio Fiabon (1931-2021), figlio della caduta partigiana Teresa Menghi e di Giuseppe, comunista, in Storie d'eroi semplici. Fiabon ne scrive con il nome di fantasia di Memo, in quanto l'episodio che riporta avvenne quando aveva undici-dodici anni e, in età adulta, si trasferì nel Bergamasco. La descrizione del personaggio è comunque talmente precisa che non c'è alcun dubbio sulla sua identificazione come Antonio Cappelletto.

«Come in tutte le città, anche Treviso aveva quello che è definito lo "scemo del paese"; una persona sicuramente singolare, che ricordo perfettamente come se fosse ora qui davanti a me. Solo il nome mi sfugge ed allora lo chiamerò Memo. Secondo papà questo personaggio non era un pazzo, ma solamente una persona colta, la cui ironia era troppo raffinata e quel che faceva era sempre teso a screditare il fascismo. 

Proprio mentre ero al centro di Piazza Signori, intento a dare le briciole di pane ai colombi che mi volavano sul braccio e sulla testa, vidi arrivare Memo dal Portico Soffioni. Davanti alla Prefettura - che si affacciava sulla piazza - si mise a cantare in modo stonato una canzone strampalata. Sembrava ubriaco, ma probabilmente era del tutto sobrio e convinto di ciò che stava facendo. Teneva in mano un sacchetto di iuta, contenente qualcosa che si muoveva; piano piano raggiunse il centro della piazza e mi si avvicinò facendo scappare i colombi.

Continuando a cantare, Memo attirava intorno a se tanta gente e tutti ridevano, come se assistessero allo show di un clown da circo. Sorprendendo il pubblico, prese il sacco che reggeva da un po' e ne rovesciò il contenuto sul selciato; quale meraviglia ci colse scoprendo che conteneva masenète (granchi), che presero a muoversi in diverse direzioni. Memo con la sua voce rauca da finto ubriaco, gridava a più riprese, alla gente divertita: «Noi! Tireremo Dritti! Uniti vinceremo!» Il riferimento agli slogan fascisti era inequivocabile.

Qualche tempo dopo questa scenetta gustosissima, Memo morì tragicamente, investito misteriosamente da un automobilista che non si fermò a soccorrerlo; le chiacchiere trevigiane incolpavano, sommessamente, il servizio di spionaggio fascista. Le satire di Memo infastidivano il regime perché mettevano a nudo tutte le nefandezze che ci costringeva a subire, denunciavano al mondo le ipocrisie della dittatura fascista e questo comportamento non poteva essere tollerato a lungo. Non avevamo quindi dubbi su chi era il colpevole della morte di Memo; sapevamo che al regime non piacevano questi personaggi ed un incidente era un modo sbrigativo per chiudere la faccenda, ma era anche un'implicita ammissione di colpa»[6].

[Note 5 e 6: aggiunte nel maggio 2024]


Note
[1] Ringrazio Giancarlo Zuliani per avermi permesso di consultare il materiale su Cappelletto da lui raccolto per il suo libro su San Giuseppe (in preparazione) e in particolare per avermi consentito di leggere la memoria manoscritta consegnatagli da don Giovanni Lemesin (alias GioLepre, Giovanni Lemesin prete) avente per oggetto proprio la figura di Antonio Cappelletto.
[2] Variante: «I vol farla ‘ndar, ma no a pol ‘ndar … a colpa xe dell’asse»
[3] Variante: «i semi xe neri»
[4] Il dissenso, espresso in forma di satira e sberleffo, rappresenta un grave pericolo per il potere politico, tanto che “le dittature odiano, più delle critiche, la satira”. Cfr. Jacopo Bassi, « Alberto Vacca, Duce truce. Insulti, barzellette, caricature: l’opposizione popolare al fascismo nei rapporti segreti dei prefetti (1930-1945) », Diacronie [Online], N° 11, 3 | 2012, documento 11, Messo online il 29 octobre 2012, consultato il 10 juin 2019. URL : http://journals.openedition.org/diacronie/2722
[5] Stocco, Gente delle Calli, "Capeéto e gli avvocati", pp. 238-239.
[6] Fiabon, Storie d'eroi semplici..., p. 31.


                              

Dal suo atto di morte, rilasciato dal comune di Treviso, ricaviamo la conferma dell'esatta scrittura del cognome (con la doppia "p"): "Cappelletto", e la data ufficiale di morte: 15 ottobre 1944.

«Il giorno quindici del mese di Ottobre dell'anno millenovecentoquarantaquattro XXII EF
alle ore diciannove e minuti trenta nel locale Ambulatorio dell'Ospedale Civile
è morto Cappelletto Antonio 

di anni settantaquattro, ricoverato, di razza ariana, residente in Treviso, che era nato in
Villorba da fu Giuseppe [...] e da fu Cappellazzo Benedetta, e che era vedovo di Fantin Maria».
 

Le modalità della morte di Antonio Cappelletto sono riportate dal Gazzettino del
17 ottobre 1944


La morte del vecchio antifascista Antonio Cappelletto, 75 anni, travolto da un camion a San Giuseppe di Treviso domenica 15 ottobre 1944, è descritta dal Gazzettino del 17.10
come si trattasse di un banale incidente stradale.
Don Giovanni Lemesin, classe 1937, all'epoca abitante in via Jacopo Bernardi ai piedi del cavalcavia di San Giuseppe, ricorda invece che la morte di Cappelletto (travolto dal camion "sul cavalcavia")
fu da subito "chiacchierata".
Chi era alla guida del camion investitore?
Le testimonianze raccolte da Zuliani si dividono fra chi afferma che a guidare il camion
fossero i tedeschi e chi invece fossero le brigate nere.
Chi scrive ritiene molto più probabile la seconda ipotesi, e che l'investimento non sia stato per niente casuale, vista l'abitudine del popolano Cappelletto di evidenziare sulla pubblica piazza
con la sua fastidiosa ironia in vernacolo
come il "re fosse nudo". D'altronde, a ricordarci un'analoga "bravata"
(nel senso di comportamento da "bravi" di manzoniana memoria)
dei militi della XX brigata nera di Treviso ci pensa la violenta requisitoria del parroco della vicina Quinto contro i «maledetti ceffi delle brigate nere,
ormai ribattezzati comunemente per briganti neri»
che il mattino del 24 febbraio 1945, all'altezza dell'oratorio "Filippetto"
sulla Noalese spararono da un camion
contro il contadino 66enne Valentino Soligo che da Quinto si dirigeva a Zero Branco, uccidendolo.

Trascrizione dell'articolo del Gazzettino


Investimento mortale a San Giuseppe 
«Vittima di un investimento è rimasto l'altra sera l'ex ortolano Antonio Cappelletto fu Giuseppe di 75 anni, da Villorba, ricoverato alla pia Casa Cronici "C. Menegazzi" in San Giuseppe. Come gli altri suoi compagni di asilo, egli era uscito al mattino da quell'istituto per godere in libertà la giornata domenicale e doveva rientrare all'inizio dell'oscuramento. 
Poco dopo le 18, il Cappelletto, che aveva fatto una passeggiata fino alla località detta "Alla Moncia" percorreva la strada Noalese dirigendosi verso San Giuseppe.  Lungo la via, il vecchietto si intrattenne a salutare e a scambiare qualche parola con alcuni passanti; quindi riprese la via del ritorno. Ma, dopo un breve tratto di strada era raggiunto da un autocarro che lo investiva in pieno, travolgendolo.
Subito dopo è passato un altro autoveicolo il cui guidatore, accortosi di un corpo umano steso a terra immobile, si fermava immediatamente notando anche una chiazza di sangue sul lato destro della strada. 
Il disgraziato Cappelletto, giunto all'Ospedale, fu adagiato sul letto dell'ambulatorio per le urgenti cure, ma il sanitario di turno constatò che le sue condizioni erano ormai disperate. Infatti, dopo un quarto d'ora circa, l'investito cessava di vivere per frattura della base cranica e commozione cerebrale».

L'uccisione di Antonio Cappelletto nell'elenco dei morti 1944 della Casa Cronici ''Giuseppe Menegazzi''
di San Giuseppe, conservato nell'archivio della Curia di Treviso. Nella scheda è scritto:
«Cappelletto Antonio, fu Giuseppe, [anni] 75, vedovo, [ricevuta] Assoluzione ed Estrema Unzione,
[morto il] 15 ottobre , tragicamente travolto da automobile». 
(Ringrazio per la ricerca Mario Benetton).

Antonio Capelletto [Cappelletto], morto il 15 ottobre 1944 "per ferite".



- (Pagina dedicata al partigiano Antonio Capelletto) - 

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